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San Niccolò: da convento a manicomio

Carta del Vanni

San Niccolò: da convento a manicomio

Disegno del Seicento

San Niccolò: da convento a manicomio

Il San Niccolò nel 1850

San Niccolò: da convento a manicomio

Foto del XIX secolo

San Niccolò: da convento a manicomio

Pianta del 1873

San Niccolò: da convento a manicomio

Pianta del 1914, particolare

San Niccolò: da convento a manicomio

Il San Niccolò oggi

San Niccolò: da convento a manicomio

L’officina falegnami

San Niccolò: da convento a manicomio

L’officina calzolai

San Niccolò: da convento a manicomio

Insegna del fabbro

San Niccolò: da convento a manicomio

La Sezione Carlo Livi

San Niccolò: da convento a manicomio

Luogo: Via Roma 56

Contrada: Contrada di Valdimontone

Denominazione: Il manicomio

Data/periodo: Il convento di San Niccolò venne costruito nel XIV secolo tra la chiesa dei Servi di Maria e la Porta Romana. Nel 1818, con la soppressione degli ordini monastici e delle congregazioni religiose, i suoi locali vennero trasformati per accogliere un ospedale dei tignosi, delle gravide occulte e dei dementi, gestito dalla Società di Esecutori di Pie Disposizioni. Dopo alcuni rifacimenti l’edificio venne probabilmente inglobato nell’ampliamento del 1870 e dal 1873 si avviarono i lavori per la costruzione della cittadella manicomiale, che con alterne vicende si protrassero fino al 1933.  Dopo il passaggio di gestione alla USL in applicazione della L. 180 del 13 maggio 1978 (meglio conosciuta come Legge Basaglia), l’Ospedale Psichiatrico San Niccolò chiuse definitivamente entro l’anno 2000. Dal 2007 è sede dell’Università degli Studi di Siena.

Descrizione: Il convento delle monache clarisse di San Niccolò fu edificato tra il 1346 e il 1363 per volontà della famiglia Petroni nel territorio urbano protetto dalla nuova cinta muraria, tra Porta Giustizia (1323) e Porta Romana (1328).

L’edificio rappresentato nel 1595 da Francesco Vanni ha l’ingresso rivolto verso Via Roma e non doveva essere molto differente dalla primitiva dimora.

La costruzione quadrangolare si articolava intorno ad un chiostro, con l’ingresso su via Roma e l’orto recintato sul retro rivolto alla Valle di Montone.

Il lato verso la chiesa dei Servi mostra, in una fotografia antecedente l’ingrandimento manicomiale, numerose assonanze con l’incisione cinquecentesca e con un disegno anonimo del Seicento.

Queste immagini e pochi altri documenti illustrano la storia più antica del convento il cui archivio fu distrutto da un incendio nel 1560.

Una relazione settecentesca dell’arcivescovo Alessandro Zondadari lo descrive circondato da campi coltivati, un hortum interiore coltivato direttamente dalle religiose, le case dell’ortolano e del fittavolo del podere.

Agli inizi dell’Ottocento appartenevano al convento undici poderi e un mulino dai quali le religiose traevano la loro sussistenza.

Gli spazi interni sono invece descritti nell’inventario del 1810, prima della soppressione degli ordini monastici e della sua riconversione in manicomio. Nel 1815 la Società di Esecutori di Pie Disposizioni ebbe dal Comune l’usufrutto del convento per trasferirvi l’asilo dei dementi.

La planimetria dell’edificio è rappresentata nella mappa del catasto più antico dell’Archivio di Stato di Siena (Atlante) e nei disegni a corredo della perizia di Agostino Fantastici redatta poco dopo il terremoto del 17 febbraio 1834.

Al momento della sua soppressione il convento appare ingrandito rispetto al Cinquecento con l’aumento dei volumi lungo i fianchi e la sopraelevazione di un piano.

Non doveva invece essere molto diverso dal primitivo manicomio, cui si era aggiunto nel 1840 un corpo di fabbrica su quattro livelli nella parte meridionale, denominato Torre Rossa, per accogliere le camere d’isolamento della sezione Guislain.

Le tracce residue del monastero intorno al chiostro vennero mantenute in situ con il raddoppio degli spazi ottocenteschi: in una mappa del 1873 compaiono i nuovi volumi e la collina, in parte sbancata, per livellare il terreno con la costruzione preesistente.

L’ingrandimento del 1873 dell’architetto Francesco Azzurri disattese le richieste fatte dal medico sovrintendente Carlo Livi che proponeva più edifici destinati alla “cura morale” dei pazienti con il lavoro e la libera circolazione, seppure all’interno di un territorio separato dalla città. In questo si seguiva ciò che si era affermato in Francia a proposito del manicomio come strumento terapeutico.

Azzurri progettò invece un grande unico edificio, il padiglione dei “clamorosi”, denominato Conolly e la farmacia.

Il reparto Conolly rappresenta un unicum in Italia per la sua architettura a panopticon. Si tratta di strutture chiuse, di segregazione e reclusione separate per sessi ma non per tipo di patologia.

L’innovativo progetto proposto da Livi si concretizzerà più tardi con l’ organizzazione di laboratori, officine e attività agricole: il San Niccolò diventa una cittadella indipendente, con possedimenti ed attività extra moenia.

La costruzione della strada dopo il 1873 che collega il piazzale del manicomio al convento dei Servi avvia una riorganizzazione urbanistica con nuovi edifici, vie di collegamento interno e un reticolo di approvvigionamento delle acque con numerose cisterne.

Alcune carte e piante catastali mostrano l’accrescimento del villaggio manicomiale tra il 1894 e il 1933.

Una carta del 1894 e un disegno del 1914 rappresentano rispettivamente l’impianto dell’Azzurri e l’ingrandimento dei padiglioni esterni ad opera degli architetti Vittorio Mariani e Primo Giusti.

L’ultima grandiosa stagione di interventi è firmata da Enzo Zacchiroli e risale ai primi anni Duemila. L’architetto bolognese ha progettato la trasformazione in sedi universitarie dell’edificio manicomiale e della lavanderia. Fa parte di questo progetto, realizzato per accogliere l’auditorium, il nuovo edificio tra le mura trecentesche ed il San Niccolò.

Bibliografia:

Faluschi G., Breve Relazione delle Cose Notabili della Città di Siena, II ediz., Siena, nella Stamperia Mucci, 1815, p. 114.

Fusi L., Il convento di San Niccolò in Siena, F. Vannozzi (a cura di), San Niccolò di Siena. Storia di un villaggio manicomiale, Milano, Edizioni Gabriele Mazzotta, 2007, pp. 49-56.

Fusi L.,  Progetto di recupero dell’area ex Ospedale Psichiatrico di San Niccolò a cura dell’architetto Enzo Zacchiroli di Bologna, Relazione Storica, anno 1998, pp. 3-39.

Grassi V., Il manicomio di San Niccolò. Suo sviluppo edilizio, in A. D’Ormea (a cura di), L’Ospedale Psichiatrico di San Niccolò in Siena della Società di Esecutori di Pie Disposizioni (1818-1834), Siena, Stab. Arti Grafiche San Bernardino, 1938, pp. 9-56.

Liberati A., Chiese, Monasteri, Oratori e Spedali Senesi, “Bullettino Senese di Storia Patria”, LI-LLV, 1944-48, p. 130.

Vannozzi F. (a cura di), San Niccolò di Siena. Storia di un villaggio manicomiale, Milano, Edizioni Gabriele Mazzotta, 2007.

Altre fonti:

Carapelli A. M., Notizie delle Chiese e delle Cose Riguardevoli di Siena [1723 ca.], Biblioteca Comunale degli Intronati di Siena, ms. B.VIII.10, f. 155 v.

Faluschi G., Chiese Senesi [1790], Biblioteca Comunale degli Intronati di Siena, ms. E.V.17, f. 143 r.

Macchi G., Memorie [XVIII secolo], Archivio di Stato di Siena, Manoscritti D 111, f. 293 r.

Macchi G., Notizie di Tutte le Chiese della Città di Siena [XVIII secolo], Archivio di Stato di Siena, Manoscritti D 107, vol.I, c.499.

Montebuoni Buondelmonte F., Mescolanze Diverse di Cose Appartenenti a Siena [XVII secolo], Biblioteca Comunale degli Intronati di Siena, ms. A.IX.10, f. 189 r..

Picchioni A., Illustrazioni delle Chiese di Siena [1808], Biblioteca Comunale degli Intronati di Siena, ms. A.VIII.2, f. 60 v.,

Sestigiani A., Ordini, Armi, Residenze ed altre Memorie di Famiglie Nobili di Siena [XIX secolo], Archivio di Stato di Siena, Manoscritti A.14, tomo II, f. 645 r.

Note:

Per saperne di più sull’articolazione degli spazi all’interno del convento di San Niccolò, in mancanza di altre fonti più antiche (l’archivio del convento andò distrutto nell’incendio del 1560), è utile l’elenco dei Mobili, Effetti, Registri, Stromenti, Scritture, Carte, e Cassa redatto nel 1810 e riassunto nel testo di Lorenzo Fusi (Fusi L., Il convento di San Niccolò in Siena, F. Vannozzi (a cura di), San Niccolò di Siena. Storia di un villaggio manicomiale, Milano, Edizioni Gabriele Mazzotta, 2007, pp. 50-51; Fusi L., Progetto di recupero dell’area ex Ospedale Psichiatrico di San Niccolò a cura dell’architetto Enzo Zacchiroli di Bologna. Relazione Storica, anno 1998, pp. 3-39).

Una visione interna del primo impianto manicomiale è invece offerta dalla relazione redatta da Agostino Fantastici alla Società di Esecutori di Pie Disposizioni per verificare le condizioni dell’immobile in seguito alla violenta scossa di terremoto che si registrò a Siena il giorno 17 febbraio 1834. La perizia con le tavole a corredo (una planimetria e l’alzato dell’edificio) sono state stilate infatti a poca distanza dai grandi lavori di ampliamento ottocenteschi e accerta che più che al terremoto le lesioni al prospetto che affaccia su Via Roma sono dovute al terreno in declivio e ai poco accorti lavori di adattamento a Spedale dei Dementi del 1818. La relazione completa è riportata ancora in: Fusi L., Il convento di San Niccolò in Siena, F. Vannozzi (a cura di), San Niccolò di Siena. Storia di un villaggio manicomiale, Milano, Edizioni Gabriele Mazzotta, 2007, p. 53 nota 25.

Il progetto dell’architetto Francesco Azzurri del 1873 è conservato negli archivi della Società di Esecutori di Pie Disposizioni insieme a relazioni, verbali e documenti che illustrano  le scelte effettuate e  il suo sviluppo edilizio tra 1818 e 1980.

Gli architetti concorrenti al progetto di ingrandimento del manicomio senese avrebbero dovuto attenersi alle seguenti indicazioni del direttore dell’istituto Carlo Livi:

I- Separazione assoluta dei sessi.

II- Separazione delle varie specie di malati.

III- Infermerie, sale di osservazione, sale di sequestro, stanza mortuaria, stanza dissezione [le stanze anatomiche].

IV- Abitazione pel Medico Direttore.

V- Officine.

VI- Scuole, sale di ricreazione, di visita, sala per le feste, la distribuzione de’ premi.

Il medico direttore sosteneva la creazione di un villaggio a padiglioni diffusi che riproducesse un microcosmo dove i malati avrebbero potuto condurre un’esistenza del tutto simile a quella dei “sani di mente”, con ampia possibilità di circolazione all’interno delle strutture, rinnegando così con forza ogni metodo coercitivo e reclusionista. La motivazione che spinse la Commissione esaminatrice a scegliere il progetto dell’Azzurri nel 1867 risiedono nel carattere prestigioso del fabbricato che sarà costruito con le apparenze di un grandioso palazzo con parco a giardino, assai diverso rispetto a un asilo per alienati. I piani terreni saranno destinati a tutti i servizi generali, alle sale di trattenimento, ai refettori e nei due piani superiori i dormitori per i tranquilli e semi-tranquilli, accogliendo i malati di ambedue i sessi, all’infuori degli agitati e dei rettanti per i quali dovevano erigersi dimore separate.

Con questo impianto era difficile la separazione dei malati in virtù delle terapie che dovevano seguire e tantomeno la terapia del lavoro.

Una pianta generale del 1894 mostra sostanzialmente il progetto dell’Azzurri con i due edifici di reclusione da lui previsti nei quali i malati erano suddivisi per sessi: un nuovo grande edificio centrale con due giardini, uno su via Roma che ha in qualche modo conservato la sua forma, l’altro, sul retro, completamente scomparso e di cui resta memoria in un grande leccio.

Gli altri edifici sono il reparto Conolly – intitolato allo psichiatra inglese John Conolly – per gli agitati e, in una zona un po’ defilata della parte bassa, il Ferrus – intitolato a Guillaume Ferrus, psichiatra francese – per gli idioti. In prossimità dell’ingresso è la farmacia.

Nella pianta è inoltre visibile nella parte alta del villaggio il primo impianto del villaggio con quattro piccole officine e sul lato opposto della strada le due più grandi, la cascina e in fondo alla strada, il gabinetto anatomico. Fa parte di questo impianto la Villa delle Signore Rettanti, sul lato opposto di via Roma.

Fabbricati all’interno dell’area manicomiale dentro le mura

Reparto Conolly

La costruzione di questo primo padiglione risulta terminata nel 1875 ma ancora nel 1876 non era utilizzata “in quanto mancavano le piazze ed i passaggi di corredo alla fabbrica”. Il primo impianto del reparto agitati e “clamorosi”, che successivamente vide reclusi anche dissidenti politici, prevedeva una particolare architettura delle celle disposte  intorno a due corti simmetriche rispetto a un corpo centrale nel quale si trovavano le stanze di sorveglianza.

Inizialmente si sviluppava sul solo piano terreno. Le celle di isolamento erano dotate di uno spazio aperto sul retro. Nel 1912 il Conolly divenne un reparto interamente maschile e le “donne agitate” furono sistemate nella vecchia lavanderia, che assunse il nome di reparto Chiarugi e lì vi rimarranno fino alla fine del secolo quando avverrà la definitiva chiusura del manicomio. Il Conolly venne modificato dall’architetto Vittorio Mariani che operò, tra il 1915 e gli anni Trenta del Novecento, alcuni significativi interventi di accrescimento dei volumi dei padiglioni esterni tra i quali il Livi, il Morselli e la sopraelevazione, avvenuta nel 1934, dello stesso Conolly.

Reparto Palmerini, già cascina e stanze anatomiche

La costruzione della cascina, autorizzata dal Consiglio Esecutivo delle Pie Disposizioni nel 1877, venne impiantata su un piccolo edificio preesistente del quale sono ancora leggibili le murature. Venne notevolmente ampliata su progetto del Mariani del 1909, creando un unico corpo di fabbrica con l’unione all’edificio delle stanze anatomiche posto a breve distanza.

La colonia agricola consentiva di impegnare i malati con il lavoro all’aria aperta e allo stesso tempo contribuiva a una certa autonomia produttiva del manicomio che andò sviluppandosi a partire dal decennio successivo con il processo di costruzione delle officine del villaggio. I malati vennero coinvolti nei grandi interventi edilizi diventando muratori ed escavatori.

Villa per le Signore Rettanti

Realizzata a partire dal 1877 negli orti dell’ex-convento del Santuccio ed occupata dai rettanti uomini nel 1880.

Reparto Ferrus, poi Forlanini

Reparto per gli idioti, costruito su progetto dell’Azzurri nell’angolo più remoto e nascosto del territorio, terminato tra il 1878 e 1879, modificato nel 1912, ampliato dal Mariani tra il 1932 e poi dal suo collaboratore Primo Giusti nel 1947.

La Farmacia

Edificio in stile neoclassico si componeva in origine del solo piano terra e di un terrazzo di copertura. Progettata dall’Azzurri tra 1885 e 1886 conserva vasellame e arredi originali forse disegnati dallo stesso progettista.

Reparto Chiarugi, già Lavanderia

Il corpo più antico, destinato a lavanderia fino al 1915, ortogonale alle mura figura nelle mappe del 1850. Venne ampliato tra il 1887-1879 dall’Azzurri e poi trasformato dal Mariani  in reparto femminile delle agitate che vi si trasferirono dopo il 1914, anno in cui venne autorizzata la sopraelevazione ed il congiungimento del corpo di fabbrica alle mura trecentesche.

Tra 1932 e 1933 venne costruito, sempre per opera di Mariani, il volume verso valle, ortogonale al reparto preesistente.

Reparto Lodoli, già Tessenda

L’edificio disposto a monte del reparto Chiarugi venne denominato colonia femminile Cesare Lombroso e fu costruito dal Mariani nel 1910 per essere destinato a tessenda per le malate lavoratrici. Nel 1934 venne probabilmente convertito a reparto ospedaliero anche se il progetto dello stesso architetto, per il raddoppio dei volumi, non venne mai realizzato.

La lavanderia a vapore

La nuova lavanderia meccanica venne realizzata tra la più vecchia ed il fondovalle dove si trova l’Orto de’ Pecci tra il 1912 ed il 1914 quando vennero completati gli impianti forniti dalla ditta Zippermayr & Kestenholz. La fabbrica venne ampliata nel 1926 e nel 1937-38 a opera di Vittorio Mariani e Primo Giusti che realizzarono una sopraelevazione per il tenditoio coperto.

Il Villaggio disseminato e le officine

Dopo oltre un ventennio dal progetto di ingrandimento manicomiale venne finalmente concepito il  progetto per la realizzazione delle officine e i reparti per la cura di differenti forme di malattia mentale secondo le idee di terapia del lavoro del prof. Carlo Livi ormai trasferitosi a Reggio Emilia. Il progetto doveva consentire ai malati di inserirsi in un contesto sociale diverso dalla segregazione e dall’ozio dando loro la possibilità di lavorare, svagarsi e circolare liberamente pur nel rispetto delle regole e orari dell’ospedale psichiatrico. A partire dal 1877 venne realizzata l’officina per la lavorazione dello sparto riutilizzando la vecchia cascina, poi trasformata nel reparto Palmerini e oggi centro di riabilitazione della ASL. Tra il 1887 e il 1888 vennero edificate ex novo le officine dei fabbri, calzolai e sarti su progetto dell’architetto Azzurri, dopo la realizzazione della viabilità del villaggio e la costruzione, nel 1873, di un grande muro di sostegno del terreno in forte dislivello. Le officine, a parte un intervento su quella dei fabbri ad opera di Primo Giusti, sono rimaste sostanzialmente inalterate fino a oggi.

Nel villaggio vennero costruiti anche due reparti psichiatrici, il Livi, oggi sede dell’associazione Corte dei Miracoli e il Morselli, già sede della Cooperativa Riuscita Sociale, produttrice di manufatti in ceramica.

Reparto Livi

In questo immobile venne trasferita tra il 1887 e il 1888 la lavorazione e l’intreccio dello sparto. Trasformato successivamente  in reparto ospedaliero aveva i porticati del piano terra che permettevano di fruire maggiormente degli spazi verdi circostanti, secondo il principio della libera circolazione dei malati (non-restrain system) all’interno del villaggio. Il reparto Livi, insieme al Ferrus e al Morselli, venne ampliato su progetto dell’Azzurri datato, per questo edificio, nel 1933.

Reparto Morselli

Anche questo reparto, chiamato in origine officina Palmerini, venne eretto fra il 1887 ed il 1888. Il padiglione, testa di ponte per il passaggio coperto che in origine poggiava su pilotis, poi sostituiti da setti murari, unisce l’edificio centrale con il villaggio. La colonia industriale Morselli venne convertita in infermeria maschile intorno al 1932. Attualmente inutilizzato, ha ospitato la cooperativa Riuscita Sociale recentemente trasferitasi presso la sede di Bellemme, proprietà extra moenia del manicomio e forse anche dell’antico convento di San Niccolò.

Reparti Funaioli e Mazzi

La parte del convento dei Servi divenne reparto psichiatrico dal 1886 per i cronici tranquilli e gli incurabili senza subire sostanziali opere di trasformazione. Durante la prima guerra mondiale il reparto venne temporaneamente dismesso ed utilizzato come infermeria di guerra. Nel 1923 venne riadattato dall’architetto Mariani che costruì la balaustra e la rampa di accesso all’ingresso dell’attuale Dipartimento di Scienze storiche e dei Beni Culturali dell’Università degli Studi di Siena.

Reparto Kraepelin

L’edificio è composto da due corpi di fabbrica. Il più antico venne costruito nel 1914 per essere destinato a refettorio per gli epilettici. Si tratta di un edificio semplice di un solo livello fuori terra con ampie aperture e addossato al muraglione che sostiene il dislivello del villaggio. L’altro corpo di fabbrica, disposto su due livelli, ortogonale al precedente, sembra essere molto più tardo ed è probabilmente il più recente costruito in epoca manicomiale all’interno dell’area.

Autore scheda: Contrada di Valdimontone, Andrea Ciacci, Beatrice Pianigiani

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